Shanghai, l’Expo 2010, la crisi

Shanghai, l'Expo 2010, la crisiShanghai è una delle areee del sud-est asiatico più traumatizzate dalla crisi in corso. Colpita nel suo momento più debole, nel bel mezzo dei preparativi per l’Expo universale del 2010, la City cinese – la New York d’Oriente – aspettava da anni questo appuntamento. Doveva essere la sua rivincita sulle Olimpiadi di Pechino, la sua storica rivale. L’orgoglio di Shanghai puntava alla leadership su tutte le piazze finanziarie asiatiche, il sorpasso definitivo su Tokyo, Hong Kong e Singapore.

Ma adesso l’Expo 2010, che naturalmente non è affatto a rischio, rischia di avvenire in una città meno scintillante e ottimista.

Tra gli espatriati a Shanghai si attenua l’euforia per questa megalopoli globale che sembrava destinata a una crescita senza fine. La prima comunità ad aver suonato la ritirata è la più numerosa: i sudcoreani. Fino alla fine del 2008 il consolato generale della Corea del Sud censiva 100.000 connazionali solo nel perimetro urbano di Shanghai. Imprenditori, manager, banchieri con le rispettive famiglie. Adesso si calcola che il 20% di costoro sono già rientrati in Corea. La sindrome della fuga incombe anche su alcuni dei 48.000 giapponesi di Shanghai. Quando Toyota e Sony licenziano decine di migliaia di dipendenti in patria, le sedi estere difficilmente possono sperare di essere risparmiate dai tagli di organico.

In questo clima, comune a tutte le altre piazze finanziarie del mondo, i lavori per Expo 2010 Shanghai procedono senza sosta. E, forse, la via della rinascita, della ripartenza, passa proprio per Shanghai e la sua Esposizione universale del 2010.

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